martedì 16 febbraio 2010
lunedì 1 febbraio 2010
lunedì 11 gennaio 2010
"LA BALLATA DI FABRIZIO"
di MICHELE SERRA
Aveva un bellissimo viso da signore, ancora ben intuibile dietro gli sfregi lividi dell'alcol, come in un ritratto di Bacon. Aveva una bellissima voce da uomo, profonda e fedele alle parole che pronunciava, levigata negli anni da un fiume di sigarette. E aveva un bellissimo cuore, il cuore dei grandi poeti, aperto al cielo, alle nuvole, alle donne che amano, ai soldati che muoiono, ai potenti che comprano, ai delinquenti che pagano.
"Ma come, non conosci Fabrizio?". Era il compagno di banco, lo stesso che ti aveva fatto leggere Masters o Majakowski, a imprestarti i suoi dischi. Erano canzoni sconosciute alle hit-parade, alla televisione, alla radio. Canzoni carsiche, liriche da ricopiare sui fogli di quaderno, melodie di contrabbando ripetute dalle chitarre scordate degli chansonniers di liceo. Parlavano di prostitute, di disertori, di guerra, di sesso, di morte. Le si ascoltava per pomeriggi interi, in quelle cerchie fervide e infatuate di adolescenti che s'infiammano alle prime poesie, come nell'Attimo fuggente di Peter Weir.
Noi ragazzi degli anni Sessanta ci innamorammo dei suoi eroi malvisti, derelitti, risplendenti di solitudine. E ridevamo dei suoi grotteschi bersagli, re sudicioni, borghesucci ipocriti, giudici spietati, beghine pavide. Quella stessa potente, preziosa materia - la percezione che il mondo è ingiusto e ottuso - che la politica, di lì a poco, avrebbe bruciato come carta straccia, nelle canzoni di Fabrizio faceva una luce incantevole, la mite e durevole luce dell'arte. E la ferita emotiva che quelle parole, quelle ballate aprivano nell'animo, corrispondeva all'intuizione che l'arte e la poesia fossero la più radicale delle rivolte.
Quell'intuizione, purtroppo, non è irrimediabile. Si cicatrizza con gli anni, ci si passa poi sopra, crescendo, quando l'attimo fuggente svanisce. Ma malamente, così come mi viene dal cuore dicendo addio a Fabrizio, vorrei dire che se la mia generazione avesse creduto fino in fondo alle canzoni di De André (e per li rami a Brel, Brassens, Vian) piuttosto che a certi severi catechismi, quanto dolore e quanta bruttezza avremmo evitato... Come ci commuoveva, nella Guerra di Piero, la quartina nella quale il soldato sceglieva di morire piuttosto che uccidere: "E se gli sparo in fronte o nel cuore/ soltanto il tempo avrà per morire/ ma il tempo a me resterà per vedere/ vedere gli occhi di un uomo che muore". Ma quanto poco durò, ahimè, il mito adolescenziale della diserzione, incalzato dal mito virile della militanza...
Non che Fabrizio e le sue canzoni fossero, nel raccontare le cose del mondo, incruente. Il suo pensiero era animoso, duro fino all'acredine nella rappresentazione del potere, fortemente incline all'invettiva, proprio come i suoi primi ispiratori, l'antico Villon e il moderno Brassens. E certamente nessuno dei cantautori italiani ha saputo cantare così civilmente l'odio per l'inciviltà dei tempi. Anarchicamente, detestava le maggioranze e la loro capacità di fagocitare i comportamenti, di anestetizzare i sentimenti. Ma questa lucida cognizione della ferocia dei vincitori, piuttosto che ispirargli rabbia e impotenza, accendeva la sua potenza narrativa, e dilatava la sua naturale dolcezza.
Dalle puttane, dai carcerati e dagli emarginati cantati (e cullati) nelle sue prime ballate, passò agli indiani d'America, agli umili morti di provincia di Spoon River, ai poveri cristi dei Vangeli apocrifi, agli anarchici più esplosi che esplosivi, ai barboni bruciati da Ludwig, ai transessuali, ai lavavetri, a chiunque incarnasse la poesia della sconfitta. Perfino del suo rapimento, patito insieme alla moglie Dori Ghezzi, seppe cantare (in Hotel Supramonte) a partire dalla percezione della debolezza dei suoi aguzzini. Con una sensibilità che qualcuno, grossolanamente, giudicò ideologica, mentre era, allora come sempre, solo e soltanto poetica.
Nato ricco, e da una famiglia importante, fin da ragazzo aveva scelto la Genova d'angiporto, quella dei bordelli, dei pittori, dei tiratardi. E dei cantautori. Conoscendolo, era facile intuire che la frattura giovanile con le sue origini familiari fosse di natura prima esistenziale che politica. La sua pigrizia (Oblomov era uno dei suoi eroi letterari), l'intelligenza sorniona, il dispregio per l'efficienza, per l'iperproduttività, per il mito della "professionalità", lo allontanavano da ogni responsabilità di censo, e lo spingevano a praticare la sua arte secondo i tipici umori del dilettante (amateur, dicono i francesi). Uno dei più autentici, spontanei traditori di classe che si sia mai visto sotto il sole.
Detestava la sala d'incisione e ancora più i concerti, ai quali si sottoponeva come a un'interrogazione scolastica sgradita, e solo dopo essersi circondato di musicisti d'eccellenza, come per condividere una pena con amici fidati. Televisione neanche a parlarne, e chissà come potranno organizzare la celebrazione, sulle varie reti, con le poche reliquie disponibili.
Si sentiva profondamente mediterraneo, quasi un arabo di Genova, e nel suo capolavoro (Creuza de ma', in lingua genovese) era finalmente riuscito ad approdare, insieme a Mauro Pagani, a un mondo sonoro gravido di spazio, di lentezza, di lontananza dalla frenesia malata, ridicola, spietata del nostro tempo. Per difendersene viveva sei mesi all' anno in Sardegna, e gli altri sei confinato all'ultimo piano di un palazzone milanese, in una casa bella e quasi lunare, a distanza di sicurezza dal traffico e dalla confusione.
Ha scritto poco relativamente ai ritmi discografici. Tantissimo in rapporto alla propria indole. La qualità, rarefatta nel tempo (un disco ogni lustro, ultimamente), è sempre rimasta altissima, e forse, cosa rara in ogni genere d'artista, ha raggiunto i suoi vertici proprio con le ultime opere, il già citato Creuza de ma', Le nuvole e Anime salve. L'ascolto di quelle ballate, di quei versi, soprattutto di quella voce così profonda e tersa, è la grande compagnia che ci ha lasciato. È pochissimo se raffrontato al vuoto che resta laddove fino a ieri si sedeva, ragionava, parlava e cantava questo nostro grande, meraviglioso fratello maggiore. E tantissimo se pensiamo a quanto lontano potrà arrivare la sua voce di lunga durata, lenta, veritiera, che ci darà conforto e vacanza quando non riusciremo più a sopportare il suono frenetico del tempo.
Che la sua anima riposi in Supramonte, o in via del Campo, o a Spoon River, o nel letto del Sand Creek, dovunque una sua canzone abbia restituito bellezza e dignità agli uomini.
(12 gennaio 1999)
Aveva un bellissimo viso da signore, ancora ben intuibile dietro gli sfregi lividi dell'alcol, come in un ritratto di Bacon. Aveva una bellissima voce da uomo, profonda e fedele alle parole che pronunciava, levigata negli anni da un fiume di sigarette. E aveva un bellissimo cuore, il cuore dei grandi poeti, aperto al cielo, alle nuvole, alle donne che amano, ai soldati che muoiono, ai potenti che comprano, ai delinquenti che pagano.
"Ma come, non conosci Fabrizio?". Era il compagno di banco, lo stesso che ti aveva fatto leggere Masters o Majakowski, a imprestarti i suoi dischi. Erano canzoni sconosciute alle hit-parade, alla televisione, alla radio. Canzoni carsiche, liriche da ricopiare sui fogli di quaderno, melodie di contrabbando ripetute dalle chitarre scordate degli chansonniers di liceo. Parlavano di prostitute, di disertori, di guerra, di sesso, di morte. Le si ascoltava per pomeriggi interi, in quelle cerchie fervide e infatuate di adolescenti che s'infiammano alle prime poesie, come nell'Attimo fuggente di Peter Weir.
Noi ragazzi degli anni Sessanta ci innamorammo dei suoi eroi malvisti, derelitti, risplendenti di solitudine. E ridevamo dei suoi grotteschi bersagli, re sudicioni, borghesucci ipocriti, giudici spietati, beghine pavide. Quella stessa potente, preziosa materia - la percezione che il mondo è ingiusto e ottuso - che la politica, di lì a poco, avrebbe bruciato come carta straccia, nelle canzoni di Fabrizio faceva una luce incantevole, la mite e durevole luce dell'arte. E la ferita emotiva che quelle parole, quelle ballate aprivano nell'animo, corrispondeva all'intuizione che l'arte e la poesia fossero la più radicale delle rivolte.
Quell'intuizione, purtroppo, non è irrimediabile. Si cicatrizza con gli anni, ci si passa poi sopra, crescendo, quando l'attimo fuggente svanisce. Ma malamente, così come mi viene dal cuore dicendo addio a Fabrizio, vorrei dire che se la mia generazione avesse creduto fino in fondo alle canzoni di De André (e per li rami a Brel, Brassens, Vian) piuttosto che a certi severi catechismi, quanto dolore e quanta bruttezza avremmo evitato... Come ci commuoveva, nella Guerra di Piero, la quartina nella quale il soldato sceglieva di morire piuttosto che uccidere: "E se gli sparo in fronte o nel cuore/ soltanto il tempo avrà per morire/ ma il tempo a me resterà per vedere/ vedere gli occhi di un uomo che muore". Ma quanto poco durò, ahimè, il mito adolescenziale della diserzione, incalzato dal mito virile della militanza...
Non che Fabrizio e le sue canzoni fossero, nel raccontare le cose del mondo, incruente. Il suo pensiero era animoso, duro fino all'acredine nella rappresentazione del potere, fortemente incline all'invettiva, proprio come i suoi primi ispiratori, l'antico Villon e il moderno Brassens. E certamente nessuno dei cantautori italiani ha saputo cantare così civilmente l'odio per l'inciviltà dei tempi. Anarchicamente, detestava le maggioranze e la loro capacità di fagocitare i comportamenti, di anestetizzare i sentimenti. Ma questa lucida cognizione della ferocia dei vincitori, piuttosto che ispirargli rabbia e impotenza, accendeva la sua potenza narrativa, e dilatava la sua naturale dolcezza.
Dalle puttane, dai carcerati e dagli emarginati cantati (e cullati) nelle sue prime ballate, passò agli indiani d'America, agli umili morti di provincia di Spoon River, ai poveri cristi dei Vangeli apocrifi, agli anarchici più esplosi che esplosivi, ai barboni bruciati da Ludwig, ai transessuali, ai lavavetri, a chiunque incarnasse la poesia della sconfitta. Perfino del suo rapimento, patito insieme alla moglie Dori Ghezzi, seppe cantare (in Hotel Supramonte) a partire dalla percezione della debolezza dei suoi aguzzini. Con una sensibilità che qualcuno, grossolanamente, giudicò ideologica, mentre era, allora come sempre, solo e soltanto poetica.
Nato ricco, e da una famiglia importante, fin da ragazzo aveva scelto la Genova d'angiporto, quella dei bordelli, dei pittori, dei tiratardi. E dei cantautori. Conoscendolo, era facile intuire che la frattura giovanile con le sue origini familiari fosse di natura prima esistenziale che politica. La sua pigrizia (Oblomov era uno dei suoi eroi letterari), l'intelligenza sorniona, il dispregio per l'efficienza, per l'iperproduttività, per il mito della "professionalità", lo allontanavano da ogni responsabilità di censo, e lo spingevano a praticare la sua arte secondo i tipici umori del dilettante (amateur, dicono i francesi). Uno dei più autentici, spontanei traditori di classe che si sia mai visto sotto il sole.
Detestava la sala d'incisione e ancora più i concerti, ai quali si sottoponeva come a un'interrogazione scolastica sgradita, e solo dopo essersi circondato di musicisti d'eccellenza, come per condividere una pena con amici fidati. Televisione neanche a parlarne, e chissà come potranno organizzare la celebrazione, sulle varie reti, con le poche reliquie disponibili.
Si sentiva profondamente mediterraneo, quasi un arabo di Genova, e nel suo capolavoro (Creuza de ma', in lingua genovese) era finalmente riuscito ad approdare, insieme a Mauro Pagani, a un mondo sonoro gravido di spazio, di lentezza, di lontananza dalla frenesia malata, ridicola, spietata del nostro tempo. Per difendersene viveva sei mesi all' anno in Sardegna, e gli altri sei confinato all'ultimo piano di un palazzone milanese, in una casa bella e quasi lunare, a distanza di sicurezza dal traffico e dalla confusione.
Ha scritto poco relativamente ai ritmi discografici. Tantissimo in rapporto alla propria indole. La qualità, rarefatta nel tempo (un disco ogni lustro, ultimamente), è sempre rimasta altissima, e forse, cosa rara in ogni genere d'artista, ha raggiunto i suoi vertici proprio con le ultime opere, il già citato Creuza de ma', Le nuvole e Anime salve. L'ascolto di quelle ballate, di quei versi, soprattutto di quella voce così profonda e tersa, è la grande compagnia che ci ha lasciato. È pochissimo se raffrontato al vuoto che resta laddove fino a ieri si sedeva, ragionava, parlava e cantava questo nostro grande, meraviglioso fratello maggiore. E tantissimo se pensiamo a quanto lontano potrà arrivare la sua voce di lunga durata, lenta, veritiera, che ci darà conforto e vacanza quando non riusciremo più a sopportare il suono frenetico del tempo.
Che la sua anima riposi in Supramonte, o in via del Campo, o a Spoon River, o nel letto del Sand Creek, dovunque una sua canzone abbia restituito bellezza e dignità agli uomini.
(12 gennaio 1999)
giovedì 31 dicembre 2009
27 ANNI DOPO...
Mani che ci tengono vicini sogni che ci mandano lontani Lascia che la vita ci sorprenda anche se significa dirsi addio Non c'è mai un'ultima primavera se si può rinascere, che avventura e poi quando troveremmo l'isola che non c'è ci basterà una cartolina io sto bene Ci porterà fortuna non perderci di vista mai domani, domani... dietro la curva c'è il mare e le nuove stagioni del cuore, domani domani... ci inventeremo che cosa faremo da grandi domani domani... manca la luce un' istante ma niente finisce domani domani precipitare ti insegna a volare domani Vivere per vivere perché il mondo finirà ...ma non domani. Anche se va un attimo via la luna ogni addio può essere libertà La realtà moltiplica luci e ombre ci darà da vivere senza noi E si può dividersi e non sparire se è così riabbracciami quando vuoi e poi non sarà mai tardi per farci vedere insieme sicuri di chi ci ama, domani e ci porterà fortuna non perderci di vista mai domani, domani basta trovare il coraggio, la parte migliore del viaggio è domani domani... grandi partenze e speranze di avere ragione domani domani... forse sognare è un difetto ma chi lo conosce il domani domani... precipitare ti insegna a volare domani Vivere per vivere perché il mondo finirà ...ma non domani...
domenica 20 dicembre 2009
Parole intonate
Ecco un esempio di un "Cesco" stonato, quel Cesco che faceva incazzare da morire Ellade Bandini alla batteria, per via di una metrica musicale a cui quel Guccini, che così come lo ho conosciuto io non dava peso, solo parole, una dietro l'altra, ma davvero ben messe.
sabato 28 novembre 2009
lunedì 2 novembre 2009
Deve' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
SE MI AMI NON PIANGERESe conoscessi il mistero immenso del Cielo dove ora vivo, questi orizzonti senza fine, questa luce che tutto investe e penetra, non piangeresti se mi ami! Sono ormai assorbito nell'incanto di Dio nella sua sconfinata bellezza. Le cose di un tempo sono così piccole al confronto! Mi è rimasto l'amore di te, una tenerezza dilatata che tu neppure immagini. Vivo in una gioia purissima. Nelle angustie del tempo pensa a questa casa ove un giorno saremo riuniti oltre la morte, dissetati alla fonte inestinguibile della gioia e dell'amore infinito. Non piangere se veramente mi ami!
(Sant'Agostino)
sabato 31 ottobre 2009
lunedì 25 maggio 2009
Dediche
Non mi sono mai piaciuti gli spazi inanimati, devo assolutamente dare il mio contributo a questa pagina, che non dimentico esser stata la mia croce e delizia.
A Peppe con affetto.
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Michele Serra, Alberoni, Sgarbi, e compagnia cantante.
Buoni per riempire un paio di colonne di caratteri al piombo, e come il piombo pesanti e tossici.
Rubacchiano idee qua e là, ci mettono un riferimento attuale e le spacciano come "roba buona".
Leggo blog scritti molto meglio ;-)
14 aprile 2009 1.11
GALLO! ...ancora sveglio e lucido?
..ma riesci poi a essere sveglio all'alba per il primo canto? :))
14 aprile 2009 1.36
Per il primo non ce l'ho fatta, ma al secondo ero già alle sue spalle :-)
p.s. non mi stavano arrivando le mail di notifica: a voi?
14 aprile 2009 16.35
..a me stanno arrivando, forse hai la posta troppo piena...sei tu il ragazzo computerizzato,nonchè il figo potenziale,perciò saprai sicuramente risolvere! :-)
14 aprile 2009 16.53
Notifiche perfette, ripeto: no-ti- fiche perfette. :))